Omelia del Vescovo Sorrentino per la Festa di Santa Chiara – Protomonastero di Assisi.

Carissime sorelle in Cristo,

In questa festa di s. Chiara la liturgia della Parola invita a guardare alla dimensione sponsale di Chiara, sposa del Cristo già prefigurato nell’Antico Testamento.  Nella prima lettura tratta dal libro del profeta Osea il Signore è impegnato è in un’azione di corteggiamento dell’amata sposa infedele, per riconquistarla: “Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”. Nel Salmo 44 l’invito alla sposa è di dimenticare il suo popolo e la casa di suo padre  per adornarsi e donarsi al suo Signore.

Nella spiritualità di Chiara la dimensione sponsale è ben evidente, soprattutto nelle lettere che lei scrisse e indirizzò alla sua consorella Agnese di Boemia, che pur promessa sposa al futuro imperatore Federico II, preferì “andare incontro a Cristo Signore” e vivere la vita claustrale nel monastero di Praga che ella aveva fondato e del quale fu badessa. Le quattro lettere che Chiara scrisse ad Agnese sono tutte intessute su un’imbastitura di citazioni bibliche e  tra queste ritorna più volte il Salmo 44. Il Salmista insiste nell’invito alla sposa a farsi bella per il suo sposo.

Nella seconda lettera Chiara non si accontenta di consolidare e lodare le nozze di Agnese con Cristo-sposo e la invita a guardare a Cristo, a imitarlo. “Guarda, o regina nobilissima, il tuo sposo, il più bello tra i figli degli uomini […] guardalo, consideralo, contemplalo, desiderando di imitarlo” (2LA 19 : FF 2879). In cambio della rinuncia alle glorie e alle ricchezze, alle quali la consorella di Praga era destinata sposando l’imperatore, Chiara le ricorda la prima promessa del discorso della montagna: “Voi sapete che il regno dei cieli è promesso e donato dal Signore solo ai poveri, perché quando si amano le realtà temporali, si perde il frutto della carità” (2LA 25 : FF 2867). Lo scambio, il baratto è assolutamente favorevole: “Per questo in eterno e nei secoli dei secoli acquisterai la gloria del regno celeste in cambio delle cose terrene e transitorie, i beni eterni al posto dei perituri e vivrai nei secoli dei secoli”  (2LA 23 : FF 2880). Infine, nella quarta lettera Chiara esorta Agnese non solo a contemplare e ad imitare Cristo, ma a specchiarsi nel suo volto, “guarda ogni giorno questo specchio, o regina sposa di Gesù Cristo, e in esso scruta continuamente il tuo volto”,  “perché tu possa così adornarti […] vestita e avvolta di variopinti ornamenti […] di tutte le virtù” (4LA 16-17 : FF 2902).

 

 

Cristo è il solo specchio nel quale ogni uomo può riconoscere il proprio vero volto, quell’immagine che Dio Padre ha impresso nel volto di Adamo, creandolo a sua immagine e somiglianza, e in ognuno di noi. Ma come ogni specchio è facile che si appanni, a causa del peccato personale e comunitario, è facile che non risplenda più la luce, se “le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto” (Mc 4, 19), è facile che non rifletta più il volto del Cristo, se lo volgiamo verso di noi. Più volte papa Francesco ha insistito sui pericoli e sulla realtà per la Chiesa, santa e peccatrice, di un volto deturpato dal peccato.

La possibilità di volgere lo specchio al proprio volto, se non addirittura alla propria maschera è divenuta addirittura una malattia per l’uomo contemporaneo. Anche di quello spiritual-mondano. Spesso, come il personaggio mitologico Narciso, l’uomo si riflette nella sua immagine, ama solo se stesso e per questo è destinato ad ammalarsi di narcisismo.

Sorge spontanea una domanda: Quando Chiara nella sua lunga e per tanti anni dolorosa vita da inferma a S. Damiano voleva immaginarsi il volto di Cristo, dove l’avrà cercato? Nell’immediato l’avrà cercato nell’immagine del crocifisso di S. Damiano, quello che anche nella Leggenda di s. Chiara parlò al poverello di Assisi: “Ed è questa la chiesa dove, mentre Francesco pregava in essa, una voce venuta dal legno della Croce, risuonò: ‘Francesco, va’ e ripara la mia casa, che, come vedi, è tutta in rovina’“ (LegsC 5, 10 : FF 3175).  La citazione biblica inserita nella Leggenda clariana è tratta dalla seconda lettera di Pietro, quella che è stata proclamata come seconda lettura nella solennità della Trasfigurazione, domenica scorsa: “Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: ‘Questi è il mio figlio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento” (2Pt 2, 17).

Ecco, l’amato. Le lettere di Chiara ad Agnese sono tutte impregnate dal canto dell’amata/amante per l’amante/amato. In queste espressioni si avverte una sensibilità femminile coltivata nella prolungata sequela del Cristo, interpretato da Chiara alla scuola di Francesco come povero e crocifisso. L’invito alla sequela Christi (1Pr 2, 21) ritorna con insistenza particolare anche nelle lettere clariane ed è un motivo centrale negli Scritti di Francesco. Vivere alla sequela del Cristo povero, era sempre stata l’ambizione mai nascosta di Chiara e della sua comunità di S. Damiano, anche a costo di resistere e di dispiacere a un mio predecessore ben più tenace e insistente di me, ma di altro titolo: il cardinale vescovo di Ostia Ugo, poi eletto papa con il nome di Gregorio IX. Da questo papa ottenne nel 1228 un privilegio assurdo per la mentalità del mondo, di ieri e d’oggi: il Privilegium paupertatis, la bolla ancora oggi conservata in questo santuario come reliquia. Il papa concedeva quanto insistentemente richiesto da queste religiose che “desiderando dedicarsi al solo Signore, avevano respinto la brama delle cose temporali […] aderendo in tutto alle orme” di Cristo. Queste le parole della concessione: “Secondo la vostra supplica, quindi, corroboriamo con l’approvazione apostolica il vostro proposito di altissima povertà, accordandovi con l’autorità della presente lettera di non poter essere costrette da nessuno a ricevere possessioni” (Priv : FF 3279). Espressione della sequela francescana del Cristo povero, questo privilegio divenne il cuore dell’esperienza e della Regola di Chiara, nonostante le resistenze di vari papi che avrebbero voluto garantire anche alla comunità damianita di Assisi un minimo di tranquillità economica. Quando ormai Chiara era morente, il 9 agosto 1253, papa Innocenzo IV le concesse l’approvazione della sua Regola con la bolla Solet annuere – con lo stesso incipit di quella di approvazione della Regola di Francesco per i frati Minori. Nelle motivazioni della approvazione il papa fa eco al privilegium paupertatis concesso 25 anni prima e cita ancora la sequela del Cristo povero come motivo fondante (FF 2748).

 

 

Chiara era consapevole che anche nel chiuso del chiostro, come nel chiostro del mondo, i momenti mistici sono una dono di grazia temporaneo. Del resto l’episodio evangelico della trasfigurazione è tappa intermedia tra il primo e il secondo annuncio della Passione, destinato a incoraggiare i discepoli di ieri e di oggi. Chiara invita Agnese a “trasformarsi tutta, attraverso la contemplazione, nell’immagine della sua divinità”, “affinché non [la] avvolga la nebbia di amarezza” nelle prevedibili difficoltà della vita (3LA 11.13 : FF 2887-8).

La festa di s. Chiara che noi oggi celebriamo, è un invito alle religiose claustrali e ad ogni cristiano a fare della propria vita la “dimora e la sede” (3LA 22 : FF 2892) dell’Altissimo, come Maria, che tra qualche giorno celebreremo nella festa dell’Assunta come Sancta Maria Angelorum, regina degli angeli e dei santi.  I momenti mistici non sono mai eterni, sono una caparra dell’eternità; servono a farci comprendere che lo specchio del quale parla Chiara è un dono fragile affidato all’uomo, che può farne l’uso che vuole, buono o cattivo, che lo può perfino gettare via e rompere, nella sua libertà, che Dio non vuole violare. Come ci ricorda il teologo francescano Bonaventura da Bagnoregio, citando s. Agostino, “Colui che creò te senza di te, non può redimerti senza la tua collaborazione”.

Chiara, le sue sorelle povere di ieri e di oggi possano darci un esempio di come è possibile divenire come Maria “dimora e sede” dell’Altissimo (3LA 22 : FF 2892) nella sequela del Cristo che ogni generazione deve interpretare rinnovandola, accogliendo la “santa operazione” dello Spirito (2Test 39 : FF 130), che soffia dove vuole, ma fa frutto dove trova terreno fertile. In Chiara lo Spirito ebbe un terreno accogliente, trovò il momento giusto (secondo l’espressione della parabola evangelica del vignaiolo, nell’ultima ora, l’undicesima), incontrò un collaboratore che già prima si era aperto alla novità dello spirito evangelico-pauperistico, Francesco d’Assisi, del quale Chiara fu la pianticella (plantula), la vigna amorevolmente coltivata.  Nel Vangelo appena proclamato Gesù disse ai discepoli: “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso, se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite e voi i tralci”. Chiara ha portato molti frutti alla Chiesa, perché è rimasta saldamente aderente a Cristo, lignum crucis (4La 24 : FF 2904) che per la carità verso l’uomo si è trasformato in lignum vitae.

11/08/2017

Ufficio stampa 
Diocesi Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino

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